mercoledì 18 marzo 2009

Scoprire Yiyun Li

Era tanto che non avevo letto un libro così bello, come “Mille anni di preghiere” di Yiyun Li. Più gli anni passano, faccio sempre più fatica a finire i libri, anche quelli scritti da scrittori famosi e premiati. Invece, in questi giorni, mi costringo a non leggere i racconti di Yiyun in troppa fretta. Vorrei farlo durare quanto più possibile. Ha la capacità di costruire personaggi complessi e molto umani, coinvolti nelle trame complicate e allo stesso momento semplici e universali. 
Yiyun, nata a Beijing ora vive in Stati Uniti e scrive in inglese. 
Nel suo racconto "Principessa di Nebraska", che ha qualche elemento che vagamente somiglia alla trama di "Tutto su mia madre" di Pedro Almodovar, lei descrive il personaggio di Yang, l’ex Nan Dan (attore in ruoli femminili) dell’opera di Pecchino così: 
Il giovane aveva alzato lo sguardo verso di lei e Sasha aveva visto una strana luce nei suoi occhi. Le ricordavano quelli di un passero ferito che una volta aveva preso con sé durante un rigido inverno in Mongolia. I passeri sono una specie ostinata, e si rifiutano sempre di mangiare e bere una volta in gabbia, le aveva detto la madre. Sasha non le aveva creduto. Aveva tenuto l’uccellino rinchiuso per giorni e quello aveva continuato a lanciarsi contro la gabbia fino a diventare quasi calvo. Ciononostante, lei si rifiutava di liberarlo, ipnotizzata dai suoi occhi, selvatici e allo stesso tempo di una dolcezza inerme.
Anche se penso che i passeri non durano giorni senza acqua a cibo, e muoiono prima, ma mentre leggevo questo passaggio, pensavo che era bello questo modo di far capire la personalità di una persona. 
*** 
Ho letto un altro autore recentemente che mi è piaciuto. Si chiama Yi Munyol ed è Coreano. Ho letto il suo "L’uccello dalle ali d’oro" e la copertina dice che Yi è tra i più importanti scrittori Coreani di oggi. 
Non avevo mai letto un autore Coreano prima e ho preso il libro senza grandi aspettative. Invece la storia di un maestro di calligrafia che pensa al suo tormentato rapporto con il proprio maestro di calligrafia, mi è piaciuta.
***
Quest anno sono nella giuria del festival del cinema di Bologna (HRN festival) alla fine di marzo e non vedo l'ora di farmi un'indigestione di film!

5 commenti:

  1. Ho finito proprio oggi anche io "Mille anni di preghiere" di Li Yiyun (non riesco a non chiamarla alla cinese, anche se lei - evidentemente - ha fatto una scelta diversa). Sono rimasta anch'io incantata dalla grazia, dalla compostezza e dalla profonda levità (sembra una contraddizione, ma non lo è nel caso di questi racconti!) della sua scrittura. Mi colpisce il modo in cui ha sapientemente dosato ironia, amarezza, leggerezza, comprensione e attenzione critica nelle sue storie. La trovo veramente una scrittrice di ottima levatura! Per il mio percorso di studi ho letto molti scrittori cinesi, che si sono confrontati con l'orrore della Rivoluzione culturale e con la necessità di inquadrare la dittatura maoista nelle loro vite. E devo dire che la maggior parte di loro sono inclini al medesimo tipo di atteggiamento, elegiaco o rancoroso. Li riesce invece a trovare un equilibrio molto femminile tra dolore e voglia di emanciparsi dallo stesso. Tra l'altro, se ti interessano gli scrittori cinesi contemporanei e i modi più originali della scrittura cinese, non posso non consigliarti un'altra mia grande scoperta di questi giorni: Yu Hua e il suo esilarante Brothers.

    Elisabetta

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  2. Grazie Elisabetta. Quando sento un nome cinese, cerco subito di capire quale è il nome della padre e quale è il suo, e cerco di usare prima il nome suo. Ma non sempre riesco a capire. In questo caso, pensavo che lei si chiamasse. Conosco Li maschi e Li femmine percui ho le idee confuse! :-)
    Sono tornato a cercare altri libri di Li Yiyun ma forse non sono ancora stati tradotti in Italiano? Comunque, ho preso nota di Yu Hua e andrò a cercarlo.

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  3. Ciao Sunil, semplicemente i cinesi antepongono il cognome al nome, e solitamente il cognome è composto da una sola sillaba. In Cina lei è Li Yiyun; tuttavia, firmando il libro come Yiyun Li, ha dimostrato chiaramente di voler aderire all'uso occidentale di anteporre il nome al cognome. Eppure per me è troppo strano chiamarla così, sono abituata ai nomi cinesi e "Yiyun Li" mi risulta proprio cacofonico! :-) (Lo stesso discorso vale per Zhang Ailing, trascritto in America come Eileen Chang). Non sai quanti equivoci faccia nascere questo! Ho visto persino libri del premio Nobel Gao Xingjian editi da BUR con scritto sul dorso semplicemente "Xingjian", oppure "Servire il popolo" di Yan Lianke con indicato sul dorso "Lianke" (errore della Einaudi, questo). O ancora il regista Zhang Yimou, chiamato affettuosamente e inconsapevolmente "Yimou" da quasi tutti i giornalisti di tg, quando vinse la mostra del cinema di Venezia...

    Seguirò il tuo blog! La cultura indiana mi affascina molto, ho iniziato ad avvicinarmi all'India all'università, frequentando due anni di lingua hindi con la professoressa Mariola Offredi, per la cui conoscenza della "materia India" credo che non ci siano aggettivi. E mi sono interessata del cinema horror dei Ramsay Brothers per aiutare un amico a scrivere la sua tesi, non ricordo neanche più quanti film horror indiani ho visto per questo motivo!

    Ho conosciuto di persona la scrittrice Alka Saraogi all'epoca della pubblicazione del suo "Bypass al cuore di Calcutta".

    Ho infine lavorato con colleghi indiani e ho avuto modo di apprezzare la loro intelligenza acuta, cortese e tollerante.

    Insomma, il mio è un interesse ancora in fase embrionale, ma ho tutte le intenzioni di intraprenderlo! Anche perché sono al tempo stesso anche un'appassionata anglofila, e devo in qualche modo conoscere e conciliare dentro me la tensione verso due civiltà così grandi e così lontane, che pure si sono date reciprocamente tanto. E' una cosa che serve a me, alla mia vita, perché c'è Inghilterra e India anche dentro me, ovviamente, e non posso continuare a fare come quando ho letto "Passaggio in India" di Forster, ovvero piangere ogni tre pagine, una volta per gli inglesi e una volta per gli indiani... :-)

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  4. Sono proprio contento Elisabetta che hai deciso non solo di leggere quello che ho scritto ma a anche scrivere questi commenti, che ho trovato molto interessanti. Una persona che sa spiegare i nomi cinesi, si definisce anglofila e forse aspirante indofila, che ha seguito il corso di Mariola!!! Sono molto colpito.

    Grazie per tutte le spiegazioni riguardo i nomi cinesi che mi confondano continuamente.

    Per esempio, in India, nessuno penserebbe di assumere un nome inglese/americano per "facilitare" gli stranieri (lo so che lo fanno i ragazzi indiani che lavorano nei callcenter, ma per quanto ne so, gli odiano questi nomi), invece tante persone cinesi che conosco, sembra che lo fanno con piacere. Lo trovo qualcosa di inspiegabile perché allo stesso momento, penso che sono molto fieri della propria cultura.

    Fra alcuni giorni devo andare in Cina - cercherò di parlare di questo con gli amici cinesi! :-)

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  5. Azzardo un'ipotesi: gli indiani hanno subito la presenza europea, mentre i cinesi - se si esclude il periodo semicoloniale di Shanghai ai tempi delle concessioni straniere - no. Gli inglesi dominavano in India e persuadevano gli indiani che la loro cultura fosse inferiore, da selvaggi. Per gli indiani "liberarsi" è stato prima di tutto uno stato mentale, ovvero dal condizionamento alla sudditanza. E la ribellione è stata l'affermazione del valore della propria cultura.

    I cinesi invece sono stati tenuti lontani a viva forza dal contatto con l'Occidente (penso all'atteggiamento degli stranieri a Shanghai negli anni Trenta, con il loro "Vietato l'accesso ai cinesi e ai cani", e penso a Mao, anche), e adesso scalpitano dalla voglia di occidentalizzarsi. Probabilmente, avresti nei cinesi la stessa reazione di fastidio che hanno gli indiani se fosse loro chiesto di presentarsi con nomi giapponesi. La dominazione giapponese è una ferita ancora aperta per la Cina.

    Comunque sono molto curiosa di sapere cosa ti risponderanno i tuoi amici cinesi, per due motivi. Il primo è che potrei essermi sbagliata clamorosamente e potrebbe esserci una spiegazione magari meno contorta ma che ignoro. Il secondo motivo è che - se le cose stanno come ho ipotizzato - mi chiedo a che livello di consapevolezza sia il loro atteggiamento verso l'Occidente. Spero che vorrai condividere le risposte che riceverai!

    E inoltre sono molto contenta di leggere che chiami la prof. Offredi per nome di battesimo. Probabilmente la conosci! Se fosse così dille appena ne hai modo che una sua ex studentessa la ricorda con tantissima stima e considera un privilegio aver potuto studiare con lei, che ha saputo trasmettere non solo parte delle sue sterminate conoscenze, ma soprattutto un infinito amore per la cultura.

    Buon viaggio in Cina!

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Grazie per aver visitato Awaragi e per il tuo commento.

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