domenica 16 marzo 2008

Pasqua, holi e la primavera

La prossima settimana vi sono diverse festività per diverse religioni. Il giovedì 20 febbraio c’è il compleanno del profeta Maometto, per cui grande festa per i musulmani. Il 21 tocca i cristiani con il venerdì santo ed i parsi con il “nau roz”. Il 22 è la festa dei colori (holi) per gli indù, gianisti e sikh. Il 23 è la pasqua. Il 24 c’è il lunedì della pasqua e il 26 il “khordad sal”, il compleanno del profeta Zaruhusthra.

Tanti auguri a tutti noi di tutte le religioni. Speriamo che sia un momento di pace per tutti. Sopratutto per tutti quelli che si trovano nelle terre dove prevale la violenza.

Mi dispiace essere lontano dall’India, per non poter celebrare holi con gli amici. Qui sarà un giorno come tutti gli altri mentre in India, tutti giocheranno i colori, balleranno e canteranno insieme.

Questa mattina, quando mi sono svegliato all’improvviso ho pensato a una domanda: come mai tutte le feste cristiane seguono il calendario cristiano ma non la pasqua?

Tutte le feste che seguono altri calendari, come le feste indù che seguono il calendario vikram-samvat, sembra che cambiano la data ogni anno perché siamo abituati a ragionare soltanto con il calendario cristiano. Non le feste cristiane, che hanno le date fisse, sono sempre il 25 dicembre, 8 dicembre, e così via. Ma non la pasqua che cambia la data ogni anno. Quale calendario segue la pasqua?

L’ho chiesto a mia moglie, ma lei non mi sapeva rispondere e ha suggerito di cercare la risposta sull’internet. Ho trovato la risposta al sito di
Lunario.com. La pasqua si celebra la prima domenica dopo la prima luna piena dopo l’equinozio di primavera (21 marzo). Quest’anno equinozio di primavera e la luna piena sono allo stesso giorno, il 21 marzo e così la pasqua è la domenica successiva, il 23 marzo.

sabato 15 marzo 2008

La Coop schizofrenica?

Ieri mentre tagliavo un pomodoro, ho trovato un bollino della Coop attaccato ad essa. Incredulo sono andato a controllare tutti i pomodori che mia moglie aveva comprato. Su ogni pomodoro c’era un bollino.

Un bollino significa una piccola etichetta di 2,5 cm circa, con un pezzo di carta sulla quale è stampato il marchio Coop con il blu, verde e rosso, e una pellicola di plastica dietro con la colla adesiva. Cosa serve questa etichetta? Serve a ricordarti che è un prodotto Coop.

Poi cosa ne fai di questa etichetta? Ma che tipo di domanda è questa, è ovvio che cerchi di staccarla e buttarla via nella pattumiera. Non si mangiano queste etichette. E non hanno le vitamine.

Il nuovo numero di Consumatori Coop ha una pattumiera piena di rifiuti sulla copertina e parla di rifiuti quotidiani.

Immagino come me, tanti altri soci di Coop ci credono in una cooperativa che parla di rispetto dei consumatori, rispetto dell’ambiente, rispetto della natura. In ogni caso, con il caro prezzi che c’è, non penso che comprerò un pomodoro o una mela soltanto perché hanno il bollino di una marca. Comprerò il prodotto che da buona qualità ad un prezzo accessibile.

Allora perché la Coop spreca diversi centinaio di Euro per far confezionare questi bollini che non aggiungono niente al prodotto, ma contribuiscono alle montagne di rifiuti inutili e sicuramente non fanno bene all’ambiente?

Quello che è peggio è che a nessuno dei dirigenti della Coop frega un cazzo di questi discorsi. Provate a protestare. So già cosa vi risponderanno. “Siamo un sistema di mercato e i bollini sui prodotti Coop servono a salvaguardare il marchio dell’azienda …”

venerdì 14 marzo 2008

Le diverse facce dell’estremismo

La protesta del rabbino di Bologna contro la presenza dell’Europarlamentare Luisa Morgantini in una cerimonia che parlava delle vittime dell’olocausto, “perché parla a favore di palestinesi e contro lo stato di Israele”, mi ha fatto pensare molto.

Spesso si sentono storie di bambini abusati da genitori alcolizzati o violenti che crescono con una rabbia dentro di loro e diventati adulti, ripetono gli stessi abusi e violenze contro i propri figli. Forse le scelte del governo israeliano nelle ultime decadi seguono un po’ questa stessa storia? Se no, come si può spiegare che alcuni governanti di un popolo uscito da esperienze terribili, dall’olocausto, dalle camere di gas, delle persone chiuse dentro i ghetti, delle persone bersagli di tante ingiustizie, possono diventare altrettanto feroci contro altri popoli? O forse si tratta della sindrome di paranoia dei perseguitati, che reagiscono con troppa ferocia alle minacce per non essere perseguitati un’altra volta?

Penso che gli estremisti del popolo palestinese vanno condannati senza equivoci, ma le risposte delle autorità israeliane che basano sulla filosofia di “uccidere venti per ogni cittadino colpito”, punire tutta la popolazione palestinese, chiuderli nei ghetti dentro i muri, rendere la loro vita sempre più difficile e stremata, sono ingiuste e di sicuro non portano alla via della pace in quella terra martoriata. Anzi a me puzzano di atteggiamenti simili a quelli usati dai nazisti nei confronti degli ebrei.

Penso che i responsabili e i rappresentanti delle comunità ebree sbagliano se equiparano le critiche verso certi comportamenti dello stato israeliano all’antisemitismo. E’ successo la stessa cosa al nipote di Mahatma Gandhi, sig. Arun Gandhi, quando è stato costretto a lasciare il suo incarico presso l’Istituto M.K.Gandhi per la Non Violenza negli Stati Uniti perché aveva criticato le politiche dello stato israeliano verso i palestinesi. La ferocia del lobbi degli ebrei conservatori americani che sostengono le azioni dei falchi del governo israeliano per silenziare qualunque critica verso l’Israele è ben saputa, ma immaginavo maggiore saggezza da parte della comunità ebraica di Bologna.

Nei forum di discussioni indiani, vi è molta ammirazione verso queste politiche dell’Israele da parte degli indù più conservatori, i quali vorrebbero reagire con maggiore durezza verso gli estremisti islamici in India. Dopo un po’ di discussioni salta fuori che per loro India deve diventare un paese senza musulmani. E citano spesso il modo di agire dell’Israele, per proporre che “anche noi dobbiamo uccidere venti o cinquanta o cento di loro per ogni indù ucciso”. Penso che sia una pazzia che questo sogno all’Hitler sia lanciato proprio dall’Israele. Ho chiesto a loro, “Quanti decenni sono che Israele prosegue con questo tipo di politiche? Tutto questo spargimento di sangue ha fermato le bombe e gli attacchi terroristici in Israele? Se sono costretti a costruirsi un muro e chiudersi dentro come gli animali allo zoo?”

Leggere del coraggio delle persone semplici, vittime del nazismo e del antisemitismo, è stata la mia ispirazione da bambino. A partire da Leon Uris, difficilmente rinuncio a leggere un libro su questo tema. Se le critiche alle politiche repressive dell’Israele ed i richiami alle scelte di pace e di dialogo possono essere strumentalizzate per dimostrare che sono antisemiti, come è successo a Luisa Morgantini, penso che sia una faccia di estremismo anche questa.


***

Le discussioni in Italia per rivedere la legge 194, tutti questi proclami verso “rispetto della vita”, mi fanno pensare ad un’altra guerra santa, giocata sulla pelle degli altri.

Durante la mia esperienza di medico in India ho tenuto in braccio una donna che moriva da un’emorragia dopo aver tentato un aborto clandestino. Sono stato vicino alla moglie di un amico, la quale aveva scelto di abortire perché aveva due gemelli con meno di un anno e pensava di non potersi permettere un altro figlio e ho visto la sua disperazione e il suo dolore. Conoscevo anche un’infermiera, la quale aveva preferito abortire perché ancora non era sposata, ma aveva avuto delle complicazioni e dopo non aveva potuto avere figli.

Penso che la scelta di abortire di una donna sia una questione delicata e difficile. Ha tante sfaccettature. Personalmente posso essere contrario, ma non sono io che porterò un bimbo dentro di me e penso che la decisione aspetta a loro. Non penso che sia giusto costringere una donna a tentare l’aborto clandestino e di morire dissanguata. La prevenzione degli aborti è più efficace se il paese e la società hanno politiche di sostegno alle mamme e alle famiglie.

In Italia le discussioni sul sostegno alle famiglie finiscono per parlare contro gli aborti e contro i matrimoni tra gli omosessuali. Secondo me si sbagliano. Non sono gli aborti ed i matrimoni tra gli omosessuali che minacciano le famiglie, intese come persone con i figli. Invece non parlano di quasi mai di creare leggi sulle questioni economiche, sociali e culturali, che rendono la vita difficile per le famiglie con bambini.

Se la vita è il valore supremo, non si deve abortire, e non si deve lasciare che una persona in coma può morire, come mai nel mondo continuano a morire ogni anno più di 10 milioni di bimbi con meno di 5 anni per cause facilmente prevenibili? L’economia di ingiustizia del mondo globalizzato, la vendita delle armi, la corruzione, lo strapotere delle grandi multinazionali, non sono anche questi gli strumenti contro la vita?

George Monbiot, in un recente articolo sul giornale inglese The Guardian, ha scritto che i tassi di aborto sono inversamente correlati con l’uso dei contraccettivi, e che il tasso di aborti è più alto nei paesi più religiosi: 12 per mille nel nord Europa, 18 per mille nel sud Europa, 23 per mille in America del nord, 33 per mille in sud America, 39 per mille in Africa orientale.

Secondo OMS, ogni anno 65-70 mila donne muoiono di aborti illegali e 5 milioni hanno le complicazioni dovute agli aborti illegali.

Penso che parlare di vietare l’aborto non tiene conto della realtà del mondo. Lo scandalo di Genova per il quale si è suicidato il ginecologo Rossi perché “praticava aborti clandestini” in un paese dove si può avere aborto terapeutico legale secondo la legge 194, dimostra che le cause degli aborti clandestini sono molteplici. Lanciare crociate contro l’aborto terapeutico e invocare una legge che li vieti o che li rende ancora più difficile, non aumenterà la clandestinità? Penso che le persone che propongono queste politiche forse non capiscono il dramma delle donne che decidono di abortire.

E’ importante avere una legge che cerchi di sostenere le donne, di aiutarle a trovare soluzioni e se non trovano nessuna soluzione, sostenerli nella loro scelta. E’ già drammatica e dolorosa, e sicuramente non merita la pena di morte e di malattia che di fatto si infligge su di loro costringendole agli aborti clandestini.

giovedì 6 marzo 2008

Storia d’amore: Jodha Akbar

“Jodha Akbar” è il nuovo film di Ashutosh Gawarikar, il regista di “Lagaan: c’era una volta in India”. Dopo Lagaan, aveva girato Swadesh, il film sull’incontro di uno scienziato di origine indiana che lavora alla NASA con l’India dei villaggi. Ormai Gowarikar si fatto un nome per un regista originale che sceglie temi fuori dalle solite logiche di Bollywood. Allo stesso momento, ha la reputazione per essere un regista molto preciso che gira dei film lunghissimi. Sia Lagaan che Swadesh duravano più di tre ore.



“Jodha Akbar”, storia d’amore tra Jodha, una principessa indù del Rajasthan e Akbar, l’imperatore Mughal musulmano, rinforza questa reputazione di Gowarikar. E’ un film originale, preciso e lunghissimo, dura circa tre ore e venti minuti. E’ un film nella tradizione di film spettacolari come Benhur o Cleopatra con delle scenografie enormi e costose con la ricostruzione di palazzi, corti imperiali e l’impiego di migliaia di comparse e animali, senza fare ricorso agli effetti speciali per creare le armate. Nonostante tutto questo imponente e magnifico contorno, il film riesce soprattutto nei momenti di intimità tra i due protagonisti principali, Hrithik Roshan nel ruolo dell’imperatore Mughal, Akbar e Aishwarya Rai nel ruolo della principessa Jodha.



Trama: Principe Jalaluddin ha 14 anni, quando muore il suo padre, l’imperatore Babar, figlio di Hamayun, il quale proveniva da Asia centrale e aveva invaso l’India. Jalaluddin è nato in una casa di Rajput indù durante uno dei viaggi dell’imperatore ed è stato allevato dalla governante Maham Anga (Ila Arun) mentre sua madre la regina Hamida Banu (Poonam Sinha) spesso viaggiava con il marito. Proclamato imperatore, all’inizio Jalulddin si lascia guidare dai consiglieri reali, ma poco alla volta decide di ribellare alle severe e crudeli usanze del suo esercito. Dichiara che lui è indiano, non vuole essere un invasore e vuole una politica di consenso.

Invece di attaccare i vari principati del Rajasthan, imperatore Jalulddin li propone di diventare i suoi vassalli. Alcuni re Rajput decidono di ribellare e attaccare, altri accettano la proposta dell’imperatore e altri ancora cercano una via di uscita. Tra quest’ultimi c’è Raja Bharmal (Kulbhushan Kharbanda) il quale propone propria figlia principessa Jodha in matrimonio all’imperatore. Dopo molti pensamenti e i consigli contrari dei preti musulmani e della governante, l’imperatore decide di accettare la proposta di matrimonio.



Ma la principessa Jodha non è una donna qualunque, ha imparato l’arte della lotta e ha un forte carattere. L’imperatore ammira questa donna forte che rifiuta di cambiare religione, insiste per avere un suo tempio indù dentro il palazzo e chiede rispetto da tutti come la regina. Maham Anga, la governante è abituata a comandare nell’harem e ha l’orecchio dell’imperatore, è contraria alla regina Jodha e trama un piano per farla fuori. Riesce a creare malintesi e la regina viene rimandata da suo padre.

Nel frattempo, Jalaluddin, sempre più innamorato della sua moglie testarda e forte, inizia a approfondire le condizioni reali del suo popolo e si rende conto delle difficoltà che essi affrontano. Decide di non accettare le condizioni imposte dai preti musulmani e emana nuove leggi più tolleranti verso le altre religioni. Il popolo lo proclama, Akbar, il grande.

Alla fine Jalaluddin Akbar capisce l’inganno e torna da lei per farsi perdonare.

Commenti: E’ un film che merita di essere visto al cinema per apprezzare la grandiosità delle scene. Allo stesso momento, penso che mi piacerebbe avere il DVD di questo film quando uscirà per guardare con più attenzione le scenografie, i palazzi sontuosi, i gioielli e i vestiti dell’epoca ricreati per il film, ecc.

Ci sono molto scene del film che mi sono piaciute, ma nell’insieme penso che sia un film troppo lungo e la durata poteva essere ridotto un po’. Nella vita l’imperatore Akbar aveva proseguito sulla strada dell’ecumenismo e aveva introdotto una nuova religione “Deene Ilahi” (letteralmente ‘il credo del mondo’) che metteva insieme elementi dell’induismo con elementi dell’islam, e aveva bandito i preti musulmani conservatori dal palazzo. Il film non parla di questo ma affronta la vita iniziale di Akbar per far capire lo sviluppo della sua personalità e il consolidamento della dinastia Mughal in India.

I due personaggi principali del film sono molto bravi, soprattutto Hrithik Roshan nella parte dell’imperatore. Nel film lui parla in urdu classico, la lingua indiana influenzata dal persiano e dall’arabo, mentre la principessa del Rajasthan parla un hindi semplice. Purtroppo questo genere di dettagli non possono essere apprezzati nelle versioni con i sottotitoli o doppiati.

La mia scena preferita del film è quel del matrimonio, quando un gruppo di monaci sufi canta per l’imperatore seduto al aperto nel deserto. Insieme ai monaci, anche l’imperatore si perde in trance mistica e si alza per ruotare insieme ai darvesci. La canzone che accompagna questa scena, “khawagia mere khawagia, dil mein samagia” (signore mio signore, vieni nel mio cuore) ha un suono semplice che va diritto al cuore.



Tra le scene che sono rimaste con me dopo la fine del film vi sono le seguenti – il giovane re cerca di domare un elefante arrabbiato, la regina è umiliata dalla governante quando le chiede di assaggiare il cibo che ha preparato con le sue mani per l’imperatore. Le scene dove i due protagonisti principali, Hrithik e Aishvarya, sono insieme, sono le parti più belle del film. Altre scene come quelle delle guerre e delle lotte, anche se imponenti e maestose, annoiano un po’.

Tra gli altri attori che lasciano una forte impronta nel film vi sono Ila Arun nel ruolo della governante dell’imperatore e Sonu Sood nel ruolo del cugino della principessa. (nella foto sotto, lo scontro tra la governante e la regina)



Comunque, è un film che merita di essere visto.

martedì 4 marzo 2008

Vanaja: sogno di una bambina

“Vanaja” (regista Rajnesh Dolmapalli) era il film di inaugurazione del nuovo festival del cinema dei giovani di Bologna, lo Youngabout Festival, iniziato ieri (3 marzo 2008).

Avevo visto la pubblicità di questo film più di un anno fa su alcuni siti di internet indiani. La pubblicità aveva un’immagine molto bella e colorata, una ragazza insieme ad un elefante, e diceva che il film aveva vinto riconoscimenti internazionali molto importanti. Durante la mia visita in India avevo cercato il film ma senza successo. Comunque, avevo pensato che la strategia di marketing scelto dal film era buona, e che soltanto tramite la pubblicità online, era riuscita a creare curiosità in persone come me.



Poi quando ho visto il programma del festival Young About, avevo subito deciso che non l’avrei lasciato sfuggire quest’opportunità. Ieri mattina per guardare il film al cinema Odeon c’erano poche persone, a parte tre-quattro classi di scuole medie insieme ai loro insegnanti. Magari il festival attirerà più persone alla sera.

Mentre il film ha delle belle immagini, e un’attrice protagonista molto accattivante, nell’insieme sono rimasto un po’ deluso dal film. L’aspetto più problematico del film è la sua debole sceneggiatura, comunque procediamo in ordine per parlare del film.

Trama: Vanaja è la figlia quindicenne di un pescatore Somayya dell’Andhra Pradesh. La famiglia ha problemi finanziari e il padre di Vanaja deve dei soldi a Ram Babu il postino locale. Il padre di Vanaja le suggerisce di lasciare la scuola e di cercarsi un lavoro. Vanaja vuole lavorare da Ramadevi, la vecchia danzatrice di Kuchipudi e la padrona di una ricca famiglia locale.



Ramadevi accetta di insegnare le antiche arti di danza e musica a Vanaja, e la ragazza si rivela una studentessa brava e attenta. Le prime performance della ragazza sul palcoscenico del villaggio riscuotono molto successo.

Ram Babu il postino è innamorato di Vanaja, ma ciò non lo ferma a portare via la barca del suo padre Somayya, perché quest ultimo è sempre ubriaco e non riesce a rinsaldare il suo debito. Somayya usa i soldi guadagnati dalla figlia per comprarsi da bere.

In tanto il figlio di Ramadevi, Shekhar ritorna dall’America. Vanaja è attratta da lui e un giorno lo vede nudo in bagno. Lui vuole candidarsi alle elezioni locali.

Vanaja pensa ad un piano per vendicarsi di Ram Babu per aver portato via la barca di suo padre, ma mentre cerca di sedurrlo viene scoperta e sgridata per essersi comportata come una ragazza facile. Anche Shekhar, il figlio della padrona la guarda con malizia e resta male quando davanti a tutti, lei fa notare che lui non sa fare bene i conti. Lui cerca vendetta e una sera riesce a violentarla.

A parte una vecchia domestica della padrona, Vanaja non parla con nessuno della violenza subita, ma poi rimane in cinta. La padrona prima sgrida il figlio e poi, le suggerisce di abortire. Vanaja scappa dal padre e poi con aiuto di amici, va a vivere nella foresta nell’attesa della nascita. Vanja sogna in qualche modo di vendicarsi, mentre suo padre pensa di vendere il figlio neonato.



La padrona accetta il bambino, di allevarlo in casa sua, ma non può accettare Vanaja come sposa del suo figlio perché è di una casta bassa. Vanaja torna in casa dalla padrona per poter stare vicino al proprio figlio, ma è sempre piena di rancore e vuole vendetta da Shekhar, il quale vorrebbe trattarla come amante. Quando muore il padre, Vanaja sa che se resterà in quella casa diventerà come la vecchia domestica e decide di andare via.

Commenti: Dal punto di vista visivo, il film è molto bello. Alcune scene hanno una luce meravigliosa. Mamta Bhukya nel ruolo di Vanaja è naturale, vulnerabile e affascinante. Anche Urmila Dammannagari nel ruolo della padrona è credibile. Tutti gli attori del film sono persone prese dai villaggi e non sono attori professionisti. Ciò da certa ruvidezza piacevole al film.

Ma la sceneggiatura del film è molto debole, sembra un film amatoriale fatto per l’occidente pensando ai festival di cinema. Sembra impossibile che il film abbia raccolto così tanti premi internazionali con una storia che è così chiaramente artificiale.

La prima scena del film, il piccolo gruppo di danzatori cantanti che presentano una scena di Mahabharata, è bella perché i danzatori sono vecchi e stonati ma presentano la storia dei cinque fratelli Pandava e la loro sposa Draupadi con molta convinzione. Ma usare questa danza per giustificare la passione di Vanaja (letteralmente il nome significa “figlia della foresta”) per la danza kuchipudi sembra un po’ forzato.

Tra gli attori è Ramchandraih Marikanti nel ruolo di Somayya, il padre di Vanaja, l’unica nota falsa, un po’ troppo melodrammatico.

Ram Babu (Krishna Garlapati) come postino innamorato di Vanaja non sembra una persona che avrà i soldi da prestare agli altri. Comunque lui recita la sua parte con convinzione. Karan Singh, nel ruolo di Shekhar è il bello del film, ma è poco convincente.



Le scene della danza sono molto belle ma sono state riprese da una angolatura diretta senza variazioni e con pochi primi piani, il che può limitare il loro impatto.

La questione delle caste è il punto centrale del film, intorno al quale ruotano diverse scene, ma è trattato nel film in maniera così poco credibile. Nel film, Vanaja, una ragazza di bassa casta può lavorare nella cucina della signora, può toccare il cibo con le proprie mani, può entrare nella sala della preghiera, tutti comportamenti non permessi alle persone delle basse caste.

Inoltre, il bramino, padre della migliore amica di Vanaja, è anche amico del padre di Vanaja e li aiuta a nascondersi nella foresta. Anche questa amicizia tra un bramino e un pescatore di bassa casta non è logica, se non per un uso strumentale nel film.

Né il comportamento della signora di casa dopo la scoperta che il figlio ha violentato la ragazza e la sua decisione di accettare il figlio nato dalla violenza sessuale, sembrano poco credibili. Le discussioni verso la fine del film riguardo al colore scuro del bambino sono altrettanto poco credibili. In India, le basse caste sono spesso caratterizzate da colore della pelle più scura perciò, parlare del colore scuro del bambino poteva avere un senso, ma né Vanaja né suo padre hanno la pelle scura, anzi è la padrona di casa che ha la pelle più scura.

Penso che se le persone hanno una conoscenza superficiale dell’India e hanno sentito parlare del problema delle caste, il film può sembrare autentico e coraggioso perché affrontata diversi temi importanti. Tuttavia, se hai una conoscenza maggiore della cultura indiana, il film sembra artificiale che fa un uso strumentale delle questioni come le caste, oppressione dei poveri, le discriminazioni contro le donne, ecc.

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