sabato 30 giugno 2007

Induismo

Spesso le persone mi fanno domande sull'induismo, che non riesco a rispondere. O, almeno, dentro di me penso di non aver spiegato bene. Una volta partecipai in un’intervista per uno studente universitario che scriveva la sua tesi sull’induismo, e ricordo questo senso di frustrazione mentre gli parlavo. Lui mi poneva domande su quello che sono basi della via dell’induismo e ogni volta io dovevo aggiungere che veramente lo pensavo in maniera completamente diversa, e che nonostante ciò, mi considero un’indù.

Penso che sia più facile per le altre religioni che hanno un profeta e un libro sacro, mentre in induismo puoi anche non accettare nessun profeta e nessun libro sacro o magari accettare diversi profeti e altrettanto libri sacri, che non concordano tra di loro. Per questo penso che induismo sia la religione più difficile da spiegare agli altri.

Una spiegazione dell’induismo che ho letto recentemente e che mi è sembrato interessante è scritto da un’avocatessa americana, Aditi Banerjee, scrittrice del libro “Invading the Sacred” (Invasione del sacro):

E’ una delle religioni più antiche del mondo basato sulla realizzazione e non sulla rivelazione. Induismo si è evoluto dalle esperienze collettive di suoi mistici, i yogi, gli adoratori di Dio. Ciò vuol dire che la religione ha origine nell’esperienza, nella realizzazione della consapevolezza, non ha i dogmi rivelati da qualcuno, è cresciuto dalla base che non era mai stato organizzato dall’esterno, perché non aveva bisogno di un regolamento istituzionale che ne definiva la forma o i limiti o gli significati precisi.

E’ l’unica forma di religione che considera divina la forza femminile, Shakti. In induismo, la sublimazione del mondo fisico tramite il sistema di Tantra ha uguale importanza alla via della Sadhana (meditazione) spirituale ascetico dello Yoga. Da una parte ha l’espressione del amore appassionato in Bhakti e dall’altra ha le filosofie cliniche, sottili e complesse di Advaita Vedanta.

giovedì 28 giugno 2007

Le Radici del Cuore

Ho visto “Il destino nel nome” (titolo originale, “The Namesake”), il nuovo film di Mira Nair, uscito al cinema da qualche giorno. Avevo letto il libro “The Namesake” di Jhumpa Lahiri alcuni mesi fa e mi era piaciuto molto. Spesso succede che se ti piace un libro, resti deluso dal film basato su quel libro. Ciò è vero parzialmente anche per “Il destino nel nome”.



Il libro non è molto lungo, anzi, considerando che racconta la storia di oltre 25 anni nella vita di suoi protagonisti, è un libro piuttosto breve. La storia dei due emigrati indiani in America, Ashok e Ashima, era raccontata con grandi pennellate che mi lasciavano la libertà di riempire i dettagli dalla mia fantasia, dai particolari delle persone che avevo conosciuto e delle volte, immaginare me stesso e la mia famiglia come i protagonisti del romanzo.

Se il libro affrontava la storia con grandi pennellate, il film la affronta con brevi scene un po’ staccate per far capire il passaggio degli anni. In questo senso, la vita dei protagonisti del film non è un fiume che corre, ma piuttosto, una serie di fotografie che delle volte danno il senso di episodi distaccati.



Mi piacciono molto i due attori indiani, i principali protagonisti del film, Tabu come Ashima e Irrfan come Ashok. Anche in questo film, i due sono meravigliosi. Tabu come Ashima mi sembrava diversa da come l’avevo immaginata leggendo il libro, ma lei è molto brava. Invece Irrfan incarna molto meglio, il personaggio descritto nel libro. Ovviamente questi sono giudizi molto soggettivi.

La scena del film dove Ashok racconta la storia dietro il nome Gogol al figlio, era una delle mie parti favorite del libro. Nel film, Irrfan Khan riesce a dare un’intensità a questa scena che la rende memorabile.

Il giovane attore americano di origine indiana, Kal Penn, nel ruolo di Gogol/Nikhil mi è piaciuto. Non mi ricordavo tutta la parte relativa alla sua decisione di rasarsi la testa alla morte del padre nel libro, forse non c'era nel libro, invece nel film, questa scena l’ho trovato toccante e significativa.



Verso la fine del film, durante la sua festa di addio, Ashima dice, “Anche se le sue ceneri sono state versate nel fiume Gange in India, ogni volta che penserò a Ashok, lo penserò qui in America, tra di voi, in questa casa.”

E pensavo alle radici del cuore che crescono dove tu non li aspettavi, e che stanno in fondo all’esperienza dell’emigrato. Quando lasci il tuo paese d’origine, ti manca tutto – la famiglia, gli amici, la lingua, la musica… e nel tuo nuovo paese, ogni volta che pensi alla parola “casa” pensi alla casa lasciata nella tua terra lontana. Poi, non ti accorgi quando l’immagine della tua casa nel tuo nuovo paese sostituisce la “casa” nel tuo cuore. Le radici che soffrivano dello sradicamento, si trovano accanto nuove radici che affondano nella tua nuova terrà.

Prima o poi, ti accorgi che parte di te vive in una terra di mezzo, qualcosa che sta soltanto nel tuo immaginario. Per le persone che avevi lasciato in dietro, diventi uno straniero. Ogni volta che torni nel “tuo” paese, lo trovi sempre meno tuo. Ma non ti senti del tutto accettato dalla tua nuova terrà. Ogni volta che incontri qualcuno di nuovo, quasi sempre inizia con la domanda, di dove sei? Sei condannato ad essere un forestiero per sempre, un extracomunitario. La tua terrà ideale sta dentro il tuo cuore, un po’ di qua nella tua nuova terra, un po’ di là nella terra che hai lasciato in dietro.

Ashima dice ai figli, “Non riesco a credere che siete usciti dal mio grembo, siete così diversi che non vi capisco ne anche.” Come emigrato impari che figli cresciuti nella tua nuova terra hanno le loro radici qui, che anche loro delle volte non ti capiscono, un po’ come tutti gli altri che ti vedono “extra” dalla loro comunità, ma che dentro i loro cuori portano un pezzo di tuoi radici, consapevoli o inconsapevoli.

Mi è piaciuto molto il film”, mi disse mio figlio, “quel signore, il papà di Gogol, mi faceva pensare al nonno.” Restai senza parole per un secondo. Lui aveva visto suo nonno, mio papà, nella figura di Ashok?

Era forse vero che Ashok aveva qualcosa di mio papà, ho pensato. Suo modo di vestire, l’intensità negli occhi, l’idealità di fondo. Ma come ha fatto mio figlio a riconoscere tutto questo, ha visto soltanto qualche vecchia foto del nonno? Mio papà era morto più di 30 anni fa, quando avevo più o meno l’età di mio figlio oggi.

Delle volte non riesco a ricordare la sua faccia, la sua voce. Delle volte devo guardare la sua foto per sentirlo vicino. Come ha fatto mio figlio riconoscerlo enl protagonista del film? Mi sono sentito commosso. Forse un po’ delle mie radici, quelle che mi sembrano scomparse, li porta dentro il suo cuore anche lui? Quelle radici che non sanguinano più, non fanno più male, sono soltanto come un arto fantasma, qualcosa che ti avevano amputato ma che ogni tanto sogni di avere ancora.

giovedì 29 marzo 2007

Molto mosso, agitato, allegro

Ero molto agitato. Forse perché ero un po’ stanco di questi viaggi. Alzare presto, partire presto alla mattina e tornare tardi alla sera. Durante la mattina continuamente cercare i bagni per via del diuretico che devo prendere. E alla sera, fare tardi con le medicine serali, e così essere costretto a svegliarmi di notte una o due volte per andare in bagno.

L’altro giorno, nel parco mentre portavo il cane alla sua solita passeggiata, avevo incontrato una signora e che ad un certo punto del nostro breve scambio, aveva fatto una smorfia e sussurrato, “Che brutta che è la vecchiaia!” Ero embarassato, l’avevo salutato e me ne andato via a passo veloce.

Vecchiaia è brutta? Sono d’accordo con lei fino ad un certo punto. E’ bello non avere le ansie della gioventù. E’ bello pensare ai nipotini che forse arriveranno, prima o poi. E’ bello non lasciarsi preoccupare più di tanto perché per esperienza si sa già che tutto passa, prima o poi. Invece i diuretici, quelli si che sono noiosi. E la fatica di cercare i titoli dei libri nella biblioteca. Provi con gli occhiali, provi senza, ma non si vedono bene lo stesso.

Scusatemi, ho perso la strada. Ultimamente mi succede abbastanza spesso, e non so se devo cominciare a preoccuparmi. Inizio qualcosa ma poi perdo il filo e parto per un’altra direzione e finché mi perdo completamente. Forse non è la vecchiaia, è lo stress? Ieri in treno leggevo dello stress e del “burnout” degli insegnanti. Insegnanti che all’improvviso hanno paura che uno studente potrebbe accoltellarli sulla schiena mentre sono girati verso la lavagna. Insegnanti che non sorridono più. Che non riescono più ad andare avanti, o in dietro. Ecco, avete visto, è successo di nuovo, mi sono perso un’altra volta.

Voglio parlare del mio viaggio di ieri, invece mi perdo nelle storie degli insegnanti pietrificati e delle signore con i cani. Ricominciamo da capo. Ero agitato.

Avevo voluto scrivere qualche post sul mio nuovo blog che si chiama “Blog Che Ci Piacciono”, prima di partire. Tutto perché nella mia testa ho pensato che ogni giorno, questo blog deve avere almeno tre post nuovi, e quando sei in ritardo e cerchi di fare troppe cose, è facile agitarsi.

Così avevo fatto un po’ tardi e poi alla stazione, la macchina automatica dove facevo la fila era occupata da una persona che continuava a toccare lo schermo per andare avanti e in dietro al infinito forse perché voleva controllare tutti i percorsi possibili e non riusciva a decidersi. Invece non potevo fare meno della macchina automatica perché con la prenotazione via internet, avevo chiesto di avere un biglietto tramite le macchine. Arrivai alla macchina giusto all’ultimo minuto quando ormai il mio treno era già arrivato in stazione e poi, mi lancai in una corsa che sicuramente fece bene al mio cuore e al mio desiderio di bruciare più calorie possibili, ma forse qualche altro passegero è rimasto un po’ scioccato.

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A Roma mi ricordavo la strada fino alla fermata Flaminio della metropolitana. Dopo mi ricordavo un autobus che mi avrebbe portato fino ad una grande piazza da dove potevo camminare fino alla Farnesina. Ma non mi ricordavo il numero dell’autobus che dovevo prendere, ne il nome della piazza dove dovevo andare.

Mentre cercavo l’autobus che dovevo prendere, intravidi uno spettacolo stranissimo. La piazza del popolo era stata riempita dalle figure di altezza umana costruite con le lattine vuote, carta da macero, pezzi di tubi e di macchinette varie, e altre cose che di solito si buttano nei rifiuti.

Era la mostra Trash People dell’artista tedesco Ha Schultz e mi faceva ricordare l’armata di terracotta del tredicesimo secolo sepolta a Xian in Cina. Una volta in Piazza, dimenticai completamente che ero venuto a Roma per andare alla Farnesina. Invece andai su Pincio fino al piazzale Napoleone. Anche questa fu una mossa buona per il mio cuore e per bruciare le calorie, anche se nella mia giacca e cravatta, iniziavo a sudare. La visione dell’armata degli esseri dei rifiuti era favolosa. Con riluttanza scesi giù e iniziai a correre. Ormai mancavano 20 minuti al mio appuntamento e non avevo ancora scoperto come arrivare alla Farnesina.





Ho letto che il comune vuole fare un parcheggio intterrato dentro la collina di Pincio. Penso che non sarebbe una buona mossa. Ormai le macchine sono come i poveri che dalle aree rurali che vengono nelle grandi metropoli della Cina e dell’India, non c’è modo di ridurrne il numero finché il sistema resta invariato. Tutti i parcheggi che oggi sembrano grandi, domani saranno insufficienti e si dovrà cercare altri parcheggi per ridurre il casino del traffico che poi non si ridurrà lo stesso.

Famose ultime parole, sento qualcuno sussurare. Magari le macchine stanno per scomparire fra qualche anno. Avremmo un nuovo mezzo di transporto che dopo il viaggio si potrà piegare e tenere in tasca. Così potremmo avere tutte le macchine che vogliamo. Non inquineranno ne anche, e non intaseranno le strade perché voleranno. Dopo potremmo lamentare di questa cortina di macchine che blocca i raggi del sole e sta creando il grande freddo, e così i poveri immigrati non dovranno morire in mare, potranno camminare lungo il ponte ghiacciato che collega Africa all’Europa e Europa el polo nord e il polo nord all’america!

Scusate, è successo di nuovo, mi sono perso un’altra volta.

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Ero stato alla Farnesina molti anni fa ma allora fu per una riunione non molto importante. Forse eravamo rimasti in una sala poco importante. Non me la ricordavo così imperiale e grandiosa. Invece questa volta dovevamo andare all’ufficio del vice ministro. Ero affascinato dalla statua dorata di Giulio Cesare che si ammirava in uno specchio, dalle sculture lungo i corridoi che guardavano fontane e ampi saloni di marmo e stucco. Invece eravamo in ritardo e non si poteva fermare.

Quando torniamo, farò tante foto, mi sono detto.

Invece durante il viaggio di ritorno, ci siamo persi. Scendevamo lungo scale e corridoi affiancati dagli uffici, ma non si vedeva nessuna statua o scultura. Cercai di dire che forse era meglio tornare in dietro e rifare la strada che avevamo fatto per venire ma ormai era troppo tardi e chiedendo istruzioni in giro, siamo usciti fuori!

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Ho preso il nuovo treno superveloce da Roma che si chiama T-Biz. Avevano un’offerta speciale con biglietti a “prezzo amico”. Costava quanto un Eurostar normale. Interni del treno erano molto belli e curati e avevano anche le hostess le quali hanno offerto anche una bibita gratis, un po’ come si faceva una volta con gli Eurostar. Non hanno offerto un giornale, ma forse hanno già superato quella fase o forse lo fanno soltanto di mattina.

Comunque, viaggiare era un piacere. Roma-Bologna in meno di 2,5 ore senza fermate. Ogni tanto quando i binari si avvicinavano all’autostrada, faceva impressione vedere che nessuna macchina riusciva a superare il nostro treno.

L’unico neo era la porta della nostra carrozza che ha rifiutato di aprirsi a Bologna. Un guasto tecnico nella nuova meraviglia della tecnologia. Succede nelle migliori famiglie. Comunque alle 21,00 ero già a casa. Allegro e contento della giornata.

giovedì 8 marzo 2007

Difficoltà di comunicare!

Ricevuto questa storia da un'amica indiana:

La nazioni unite hanno svolto un indagine in tutto il mondo. L'indagine comprendeva soltanto una domanda:

"Per favore, può darci la sua onesta opinione riguardo le soluzioni relative alla scarsità di cibo nel resto del mondo?"

Purtroppo, l'indagine non ha fornito risposte adeguate per i seguenti motivi:

In Africa, non sapevano cosa significa "cibo".

In India non sapevano cosa signifca "onesta".

In Cina non sapevano cosa significa "opinione".

In medio oriente non sapevano cosa significa "soluzioni".

In Europa non capivano il significato di scarsità.

In Sud America non riuscivano a capire cosa vuol dire "per favore".

E negli Stati Uniti, non capivano la frase "resto del mondo".

giovedì 1 marzo 2007

Dor – Il Filo (2006)

Dor (Filo) è nuovo film del giovane regista indiano Nagesh Kukunoor. Nagesh è conosciuto per i suoi piccoli film senza le grandi stelle di Bollywood, ma sono film con trame innovative, anche se un po’ di nicchia. Il successo del suo ultimo film “Iqbal” (2004), la storia di un ragazzo musalmano sordo che vuole diventare parte della squadra nazionale di cricket, l’aveva portato al primo piano nel mondo del cinema popolare indiano.



Trama del film: Dor è la storia del filo invisibile del destino che può all’improvviso sconvolgere le nostre vite e può costringerci di agire in modo inconsueto che non avremmo mai sperimentato prima. Il film è la storia di due donne, Mira (Ayesha Takia), una neo-sposa indù nel deserto di Rajasthan e Zeenat (Gul Panang), un’insegnante da un piccolo villaggio musulmano delle montagne di Himalaya.



Mira

Mira è stata sposata con Shanker (Anirudh Jayakar), è piena di vita, e sta imparando a conoscere e amare il marito scelto dalla sua famiglia. Loro vivono con i genitori di Shanker, Randhir (Girish Karnad) e Leela (Shivani Joshi), e la vecchia nonna vedova, Laxmi Bai (Uttara Baokar). Il mondo di Mira è pieno di felicità e promesse, suo marito ha trovato lavoro in medio-oriente e potrà guadagnare molti soldi per aiutare il padre a riscattare l’antico palazzo della famiglia. Sono costretti a vivere nella piccola e miserabile abitazione adatta ai servi nel cortile del loro grande palazzo mentre il palazzo è occupato da un giovane industriale (Nagesh Kukunoor, anche il regista). I suoi suoceri la vogliano bene perché ha portato buona fortuna alla famiglia. Lontano dagli sguardi dei genitori, Mira prova a ballare come le attrici di bollywood per il suo marito. Solo la nonna, vestita sempre con i colori neri delle vedove, sembra un po’ infastidita dalla giovane sposa.

Shanker e Mira

Zeenat vive nella montagna con il suo padre Beg Sahib (Banwarilal Taneja) e ama Amir (Rushad Rana). E’ una ragazza indipendente, vuole vivere la sua vita secondo i propri principi. Non porta il velo, va a lavorare alla scuola e forse per questo, non è ben vista dai genitori di Amir. Anche Amir riesce a trovare un impiego in medio-oriente e vuole approfittare da questa opportunità di guadagnare un po’ di soldi, con i quali potrà avviare una propria attività al suo ritorno. Prima di partire chiede a Zeenat di sposarlo e la ragazza acconsente. I genitori di Amir non partecipano alla festa, perché secondo loro il loro figlio è stato stregato da questa ragazza poco ortodossa.

Dall’Arabia Saudita Shanker manda i soldi alla famiglia e suo padre conta i mesi che mancano per saldare tutto il debito per riavere il loro palazzo. Questo loro figlio è stato proprio bravo, dice alla giovane nuora che deve fare diverse ore di strada su un cammello per andare da uno con un telefono cellulare per poter parlare con il suo sposo per qualche minuto.

Anche Amir manda i soldi ogni mese alla sua neo-sposa, ma Zeenat porta tutti i soldi ai genitori del marito. “Io guadagno come maestra, non ne ho bisogno, ma voi ne avete più bisogno”, dice. Poco alla volta i genitori di Amir cominciano a capire che la sposa del loro figlio è una brava ragazza.

All’improvviso tutto cambia. Al telefono Mira scopre che il suo marito è morto in un incidente. Mira diventa una vedova poco gradita alla famiglia, ha portato sfortuna alla famiglia. Deve vestirsi di nero e non ha più diritto di sorridere, ballare o cantare.

Dall’altra parte, Zeenat riceve la visita di un funzionario del governo. Sembra che il suo marito ha spinto il suo compagno di camera giù dal balcone uccidendolo. Secondo la legge islamica, deve pagare con la sua morta. L’unico modo per sfuggire la sua condanna di morte è di avere un perdono dalla moglie dell’uomo ucciso.

Zeenat ha soltanto una foto del proprio marito con il suo compagno di camera, Shanker. Non sa il cognome di Shanker, non sa dove abita la sua famiglia. Ma se vuole salvare il proprio marito, deve cercare la vedova di Shanker e convincerla di firmare il perdono per Amir. Lei conosce Amir, pensa che non è una persona violenta. Se Shanker è caduto dal balcone, deve essere stato un’incidente, lei ne è convinta. Anche se non è mai andata fuori dai confini del suo mondo da sola, per salvare il marito, lei parte alla ricerca della vedova di Shanker.

In Rajasthan, lei incontra Behroopiya (Shreyas Talpade), un ragazzo giovane con un’ampia gamma di travestimenti per truffare e rubare gli ignari. Behroopiya è catturato da questa ragazza strana che va in giro da sola. Prima la ruba e poi si offre di aiutarla, Behroopiya diventa il suo compagno nella ricerca. Anche se Zeenat ha subito chiarito che è li solo per salvare il proprio marito, in un momento di debolezza, Behroopiya non riesce a controllarsi e le confessa il proprio amore.

Zeenat incontra Behroopiya
Alla fine Zeenat arriva nel villaggio giusto e va a parlare con i genitori di Shanker. Viene insultata, sputata in faccia e cacciata da casa, dicono che non firmeranno mai il perdono per l’assassino del loro figlio. Zeenat non si lascia scoraggiare e decide di fermarsi un po’ fuori del vilaggio per cercare di parlare con la vedova di Shanker. L’opportunità arriva quando scopre che ogni giorno Mira esce da casa per andare al tempio.

Soltanto quando Zeenat incontra Mira capisce la tragedia della giovane vita e non ha il corraggio di dirle la verità. Poco alla vita le due donne diventano amiche. Mira che si sente così sola e la sua vita ha perso tutta la gioia, resta affascinata da Zeenat, che vuole vivere la propria vita secondo le proprie convinzioni e non secondo le tradizioni. Poco alla volta Mira sviluppa coraggio di interrogare le regole tradizionali che governano la vita delle vedove della sua comunità così rigidamente.

Intanto il tempo passa. Un giorno Behroopiya porta la notizia. E’ vicina il giorno della condanna di morte per Amir. Se Zeenat vuole salvare la vita del proprio marito, deve affrettarsi. Dall’altra parte, lo suocero di Mira accetta la proposta dell’industriale che abita nel palazzo, di pagare parte del suo debito con il corpo della giovane vedova.

Quando Zeenat le svela il suo segreto, Mira ne resta sconvolta, e rifiuta di firmare il perdono. Dice, “Hai approfittato di me, della mia semplicità! Hai fatto finta di essere la mia amica, e mi hai tradito”, e torna a casa dove i suoceri hanno scoperto che lei si vede con la moglie del assassinio del loro figlio. Non potrà più uscire fuori da casa.

Zeenat è scoraggiata. Ha fatto tutto quello che poteva ma non è riuscita a salvare il proprio marito, e parte per il viaggio di ritorno.

Intanto Mira ci ripensa alla sua amica e vorrebbe aiutarla. La nonna vedova aiuta Mira a scappare da casa e andare a cercare Zeenat.



Commenti: La forza del film è la sua semplicità e i suoi tre attori principali. Gul Panang nel ruolo di Zeenat, è brava a esprimere un senso di forza e determinazione. Ayesha Takia ha la faccia innocente di una bambina e riesce a trasmettere l’angoscia della giovane vedova, piena di vita ma costretta a chiudersi nella prigione delle tradizioni. Shreyas Talpade, nel ruolo di Behroopiya aggiunge gioia al film con il suo continuo chieccherare e travestimenti.

Da una parte, tramite il personaggio di Mira il film tocca la vita delle vedove nei villaggi dell’India odierna e dall’altra presenta il volto della modernità e autodeterminazione delle donne, tramite il personaggio di Zeenat. Che Zeenat sia una donna musulmana è importante anche per allargare l’immaginario popolare del cinema indiano, quasi esclusivamente popolato da personaggi delle donne musulmane tradizionali e sottomesse.

Il film è molto piacevole da guardare, dove i colori del deserto fanno da sottofondo. Senza cadere nella trappole del melodramma e delle prediche, il film riesce a toccare argomenti importanti e passare il proprio messaggio in maniera leggera e piacevole.

mercoledì 17 gennaio 2007

Il coraggio di Taslima

Taslima Nasrin è una scrittrice originaria del Bangladesh. A seguito del suo libro "Vergogna", alcuni Mullah del Bangladesh avevano decretato il fatwa per la sua morte e lei fuggì prima in India e poi per qualche anno in Scandinavia. Oggi lei vive a Calcutta in India.

Questa settimana è apparso un suo nuovo scritto sull'uso del chaddor nelle donne musulmane, nel settimanale indiano Outlook.

Qualche tempo fa, la famosa attrice e attivista indiana, Shabana Azmi, insieme ad un gruppo di donne musulmane avevano chiesto alle donne musulmane di non portare il velo perché secondo loro, il Corano non chiede alle donne di coprirsi il corpo. Anzi, secondo loro, i principi dell'Islam sono basati sulla parità tra uomini e donne.

Il nuovo scritto di Taslima è in risposta a questo invito di Shabana Azmi.

Non è vero che il Corano non chiede alle donne di coprirsi il proprio corpo dalla testa fino ai piedi, dice Taslima in questo scritto, e cita diversi versi del Corano e analizza diversi episodi nella vita del profeta Maometto per spiegare come il Corano e l'Islam chiedono esplicitamente alle donne di coprire il proprio corpo.

Taslima pone la sua domanda a Shabana e altri sostenitori,
"Se il Corano dice che le donne devono coprire il proprio corpo, è giusto che noi ci copriamo? La mia risposta è no. Non importa quale libro, quale persona, quale autorità chiede alle donne di coprirsi, noi dobbiamo rifiutare. Nessun velo, nessun chaddor, nessun hijab, nessuna burqa, nessuna sciarpa per coprire la testa. Le donne non devono portare niente di tutto ciò perché sono segni di dispetto. Sono i simboli dell'oppressione delle donne. Questi simboli dicono alle donne che sono le proprietà degli uomini, sono oggetti per il loro uso. Questi copricorpi sono usati per tenere le donne passive a sottomesse. Chiedono alle donne di portarle così le donne non possono vivere con auto rispetto, onore, fiducia, identità, opinioni e ideali. ..."
Quali reazioni vi saranno a questo scritto? Per la "colpa" di aver detto o scritto molto meno hanno torturato e ucciso altri. Ma Taslima non ha paura della morte. O forse pensa che avevano già decretato la sua morte, cosa possono farle di più?




Sicuramente ci saranno molte persone che non concorderanno con quanto scrive Taslima. Ma nessuno potrà negare che lei ha coraggio.


Nota: Taslima Nasreen. Vergogna (tit. or. Lajja - Shame, 1995). Oscar Mondadori, Milano 1996, pp. 250, € 7,40. ISBN 8804394277

lunedì 15 gennaio 2007

L'altro

Ero con Ermanno. Conosco Ermanno da diversi anni, ma soltanto come uno che ci da una mano al magazzino. Non gli avevo mai parlato prima. Così ho scoperto che è un chiacchierone. E' una persona che si interessa di tante cose, è molto disponibile e ha un modo positivo e speranzoso di guardare il mondo, per cui ascoltarlo è molto piacevole. Raccontava della sua vita da allenatore e arbitro delle piccole squadre locali della provincia di Bologna per 25 anni.

Poi, quando siamo arrivati a Lagaro, l'ho visto parlare con una ragazzo di 11 anni. "Devi rispettare le regole e devi divertirci. Sport è soprattutto per divertire", diceva. Sarebbe bello per un ragazzo averlo come nonno, pensai.

Dovevo parlare ai bambini del gruppo di catechesi e poi, fare una testimonianza durante la messa. Come è il parrocco, gli avevo chiesto. "E' giovane, molto simpatico e molto religioso", mi aveva risposto. "Non creerà problemi che non sono cattolico?" avevo chiesto, subito allarmato da questa descrizione. No, non dovevo preoccupare, Ermanno mi aveva rassicurato.

Infatti, Don Roberto, il parrocco di Lagaro nel comune di Sasso Marconi, è molto giovane. Deve avere intorno a 40 anni. Ha un sorriso da ragazzo buono. In chiesa durante la messa, invece aveva la faccia seria e poi si è lanciato in un' omelia appassionata sulle nozze di Canna. Ascoltarlo era così coinvolgente. Mi ha fatto pensare a "La Messa è Finita" di Nanni Moretti.

Poi, in pomeriggio, tornato a casa, continuavo a pensare del mio cambiato rapporto con le religioni. Penso che il pensiero occidentale è troppo basato sulla logica, sulla razionalità. Così, qualcosa può essere "a" o "b", ma non può essere "a" e "b" allo stesso momento. Non ti è permesso di non fare parte di una categoria. Quando si parla di religioni, si parla di convivenza e di rispetto dell'altro, ma non di accettazione piena dell'altro perché l'altro resta sempre qualcuno estraneo.

Non era così in India. Tu potevi essere parte dell'altro, senza per questo perdere la tua identità. Così non si parlava di convivenza e di rispetto ma di fare proprio. Quando andavo a messa di mezza notte al cattedrale di Delhi vicino a Gol Dak khana e durante la messa facevo il segno della croce, era un modo di vivere la gioia di tutti i cristiani intorno. Per la festa di Diwali, potevo fare gli auguri a tutti senza preoccuparmi se l'altro era un indù o un musulmano o sikh. Così come Irene, la nostra vicina, quando ci portava i dolci di Idd, dovevamo tutti farci gli auguri di "Idd mubarak". Quante volte mi sono svegliato alle 4 di mattino per andare a ricevere il kacchi lassi che i sikh distribuivano per l' anniversario di Guru Nanak!

Invece, qui si parla di rispetto dell'altro un po' ascetico, un po' tenuto a distanza. Mi sembra un modo di dire, veramente penso che tutto quello che la tua religione dice è sbagliato, ma per rispetto ti tollerò, basta che limitiamo queste cose nella nostre privacy. Nella chiesa non posso fare il segno della croce perché ciò non sarebbe giusto perché non sono cattolico. Si dice che non dobbiamo avere addobbi di natale per strade perché ciò offende le altre religioni. Invece di dire che per natale mettiamo gli addobbi di natale, per Idd mettiamo gli addobbi dei musulmani e per Diwali mettiamo di addobbi dgli indù sulle strade, affinché tutti possono gioire nella gioia degli altri, noi diciamo che è meglio non avere feste religiose per rispetto, per non offendere l'altro? Mi sembra che così si spinge verso intolleranza e isolamento.

Ma forse dipende tutto da questo modo di ragionare logico e razionale? All'inizio del ventesimo secolo, gli inglesi avevano condotto il primo censimento nazionale in India. Durante questo censimento, in Punjab avevano trovato molte persone che si dichiaravano hindu-sikh, i quali erano stati costretti a scegliere di essere o l'indù o i sikh, non potevano essere sia uno e l'altro. Pensavo che gli inglesi l' avevano fatto per cattiveria, per dividerci. Ma se non l'hanno fatto per cattiveria, ma semplicemente per questa ossessione alla logica? Questa ossessione per "Ogni cosa deve avere un suo posto e un suo titolo, senza confusone".

Oggi domina il pensiero occidentale. E il nostro pensiero di essere un po' dell'altro senza per questo perdere la propria identità, penso che rischia di diventare sempre più debole. Qualche giorno fa avevo letto di un prete indù di Gujarat con una figlia adottiva musulmana e il prete aveva celebrato il matrimonio di questa sua figlia con il rito musulmano, nel cortile del suo tempio. Poi, avevo letto di 5 copie musulmane e 5 copie indù, i quali avevano deciso di farsi celebrare i matrimoni insieme, sia con i riti indù che con quelli musulmani. Forse questo può succedere solo in India perché questo modo di ragionare "non logico" e "non razionale" per il momento sopravvive.

Cosa possiamo fare affinché si capisce di più il valore di quello che abbiamo, prima di perderlo?

Nelle immagini di oggi, la visita di Lagaro di ieri.






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